La strada che arriva al mare

Il treno parte sempre lento lento.
Abbandona Porta Nuova scivolando su lunghe file di binari, avvolti dal sole basso del pomeriggio e circondati dalle erbe che crescono, spontanee, negli spazi dimenticati dal pietrisco.
Dopo pochi chilometri la città lascia il posto alla campagna ed il reticolo di vie diventa una scacchiera di campi.
Alcuni sono già rigogliosi, di cereali e di ortaggi.
Altri invece, già arati, sono a riposo e dovranno aspettare ancora un anno prima di essere seminati.
Di tanto in tanto si vedono chiazze colorate, alcune sparute altre più estese: sono i papaveri, che hanno atteso l’arrivo del caldo per fiorire.
Loro non chiedono dove nascere, sono li’ solo per addolcire il viaggio.
Torino Lingotto, Asti, Alessandria, il paesaggio non cambia fino a Novi Ligure: poco oltre infatti, una linea invisibile separa la pianura dalla collina.
Il treno procede ed il segnale del telefono inizia a mancare.
Serravalle Scrivia, poi Arquata Scrivia: piccoli borghi adagiati tra le alture, distesi sulla terra come giganti addormentati a pancia in su.
Dal finestrino si vedono tetti fatti di lose, che corrono veloci intervallati dagli alberi e dalle siepi.
Poco oltre si arriva a Ronco Scrivia.
L’aria si raffresca ed iniziano le montagne. Gallerie scure ne consentono il passaggio e ne custodiscono i segreti: sono frutto dell’ingegno di uomini, cacciatori di luce, che hanno saputo guardare oltre.
Quando il buio finisce il paesaggio si allarga. Case arroccate avvisano il viaggiatore che è quasi arrivato.
Lì in fondo c’e Genova.
Con le grandi barche ormeggiate in porto e la Lanterna, faro guida che ne sorveglia l’ingresso.

È il percorso che da casa mi porta a casa.
La strada che dalle montagne arriva al mare.

Genova, Giugno 2021

Quel momento della sera

È cosí.
Arriva un momento in cui il mare si fa cielo ed insieme diventano scuri, in un’unica macchia color notte.
Il fruscio delle onde si accavalla a quello della gente, che passeggia su e giù per la riviera in una tipica danza d’estate.
I pescherecci si trasformano in luci
astri capovolti, sparpagliati qui e là.

Il profumo degli oleandri si mescola a quello del torrone e delle mandorle tostate, sempre più intenso man mano che ci si avvicina alle bancarelle, davanti al vecchio cinematografo.

La sera non è che un giorno alla rovescia, l’inizio di qualcosa che comincia dalla fine.

Febbraio 2021
(Appunti di viaggio, estate 2020)

Una vita a quattro ruote

Valerio non sa stare fermo.
È un avventuriero di professione che, da sempre, si sposta
raccontando il mondo che lo circonda armato di matita e pennello.
I suoi incontri si trasformano in linee
e punti, che uniti diventano schizzi,
arricchiti da qualche tocco di acquarello qua e là:
ciò che serve per animare le scene
e trasportare l’osservatore nel contesto.

Abita una casa a quattro ruote,
grande abbastanza per non aver bisogno di altro.
Un motorhome su Ducato dell ’89,
acquistato con gli ultimi 4.500 euro di un conto in zona rossa,
e tramutato nell’atelier di un artista giramondo.

Per lui la vita in camper è un lusso.
Decide il nome della fermata ed il tempo della sosta.
Quanto basta,
per mangiare un panino sulle sponde del lago di Bolsena,
dormire sulle coste di Anzio, guardare l’alba 
e poi salire su, fino ai margini di Sermoneta.
Passeggiare tra i vicoli del borgo e riempire il suo album di storie:
non solo di uomini, ma anche di aneddoti,
leggende ascoltate dalle voci degli anziani
e profumi,
che poi trasporta sul foglio con la delicatezza di un poeta.

Dopo aver assorbito l’anima di un  posto, riparte.
Senza preavviso, rimette in moto
e sceglie un altrove in cui ricominciare.

Poco importa che si tratti di un paese di campagna, la piazzola vicino ad un campo di papaveri o un parcheggio vista fiume.
Perché una strada porta sempre da qualche parte,
anche quando non si ha una destinazione.

Febbraio 2021

Ha segnato la Juventus

“Ha segnato la Juventus”
Lo sta ripetendo Francesco Repice ai microfoni radio di #Tutto Il Calcio – Minuto per minuto.
Eppure, se chiudo gli occhi, lo sento gridare dagli altoparlanti dello Stadio delle Alpi e poi del Comunale, fino a raggiungere anche lo Stadium.
Li vedo tutti davanti a me.
C’è il gigante Charles, in cerca della posizione per il miglior colpo di testa.
Omar Sivori, che ondeggia sul pallone con i calzettoni bassi e senza i parastinchi.
Nedved e Zidane che danno lezioni di dribbling, Di Livio che scatta sulla fascia destra fiutando il cross perfetto.
Furino al centro, capitano generoso a cui non piace farsi chiamare bandiera.
Ai suoi lati Tacchinardi ed Andrea Pirlo, geometri, pronti ad inventare sponde, passaggi filtranti e lanci da quaranta metri.
Vedo Torricelli, ancora con i capelli scuri. Lui, il falegname che ha vinto la Coppa dei Campioni partendo dalle interregionali.
Sfilano poi Boniperti e Tardelli, nei cui occhi intravedo il gol segnato alla Germania nei Mondiali dell’82.
Quello laggiù invece è Del Piero, con un piede a forma di pennello, capace di dare il giro al pallone dipingendo traiettorie imprendibili per i portieri. Stringe tra le mani una maglietta, taglia S, che porta il suo nome: è quella che mi aveva regalato Zio Paolo per la Pasqua del ’97.
Barzagli, Bonucci e Chiellini, guardiani dell’area di rigore e professori della difesa.
Tra i pali c’è Buffon, con Tacconi e Dino Zoff alle sue spalle, angeli custodi pronti a suggerirgli l’angolo verso cui lanciarsi.
In sottofondo sento i fischi di Trapattoni arrivare dalla panchina e le parole di Lippi. Allegri, che corregge la posizione del centrocampo e Antonio Conte, che con l’ultimo filo di voce richiama tutti all’attacco.
È una festa, che unisce centoventiquattro anni di storia a strisce bianco-nere, generazioni di giocatori ed altrettante di tifosi.
È l’esultanza di un popolo che si alza dai mari della Sicilia e attraversa la spina dorsale degli Appennini fino ad arrivare qui, ai piedi delle montagne.
Ha segnato la Juventus, si.
“La Juventus è in vantaggio”.
 
Febbraio 2021

Conversazioni irrealizzabili: Re Vittorio Amedeo II – Siùr Felice

  • Venga avanti. Mi risulta che Lei sia stata l’ultima persona ad incontrare Pietro Micca. Iniziamo dal principio, come vi siete conosciuti?
  • Maestà, l’era piemuntéis cmè mi..
  • In italiano, faccia uno sforzo
  • Siùr Pietro era piemontese Maestà, come me. L’ho conosciuto nel 1703.
    Ci siamo arruolati insieme nella compagnia dei minatori dell’esercito sabaudo.
  • Gli informatori mi dicono che era piuttosto bravo, lo conferma?
  • Brava persona si, gran lavoratore. A Turìn lo chiamavamo Passpartout: avrebbe dovuto vedere Maestà, con che velocità scavava i cunicoli. La roccia aveva più paura del suo piccone che dei cannoni francesi.
  • Aveva una certa esperienza dunque
  • A l’amparà la profession da so pare, Siùr Giàcomo, da quand ca l’era un fanciot.
  • Non la comprendo
  • Era una persona comune, Maestà.
    Mica un grande condottiero, ma uno scalpellino, un semplice taglia pietre.
  • Vada avanti
  • Nel maggio del 1706 ci hanno mandato a difendere Turìn. In pochi giorni abbiamo visto La Feuillade circondare la Cittadella con 44000 uomini e artiglieria d’assedio. Bombarde da far tremare la terra Maestà.
  • E voi?
  • Pronti a resistere Maestà. I reparti erano in posizione ed una rete di 14km di gallerie di mina e contromina era stata scavata tutt’attorno. Posso giurare che noi eravamo pronti a darle la vita, Maestà.
  • Mi risparmi le sviolinate. Arriviamo alla notte fra il 29 e 30 agosto del 1706.
  • Come posso dimenticarla. Io e Siùr Pietro eravamo di guardia alla porta delle scale che collegavano la galleria “Capitale alta” alla “Capitale bassa”. Poco dopo la mezzanotte abbiamo sentito degli spari, le grida delle sentinelle ed i passi dei granatieri francesi che avanzavano verso di noi.
    La linea aveva ceduto Maestà, erano riusciti ad entrare.
  • Continui
  • Nella nicchia al di sotto della scala c’era un fornello con 20kg di polvere da sparo. Dovevamo solo collegarlo alla miccia.
  • Cos’è successo dopo?
  • L’innesco non è partito Maestá. L’umidità aveva bagnato la stoppa ed il tempo era così poco. Siùr Pietro mi ha detto: «Gâvte da lì, tì ‘t’ses pi lungh ëd na giurnà sènsa pân! Lassa fé a mì, pènsa a salvéte!»
  • Le ho chiesto di.. 
  • “Alzati, che sei più lungo di una giornata senza pane! Lascia fare a me, pensa a salvarti!”
  • Adesso capisco
  • Mentre correvo ho sentito il boato dell’esplosione. La scala è crollata e del povero Siùr Pietro non si è saputo più nulla.

————————
Lo trovarono nella galleria inferiore, sbalzato di 40 passi dal punto della deflagrazione.
Pietro Micca divenne l’eroe di quella battaglia e della città intera.
Alla vedova Maria Pasqual Bonino fu garantito un vitalizio di due pani al giorno. 

Torino, finalmente, sapeva a chi essere grata.


Febbraio 2021

Martedì grasso

Benvenuti a lor Signori,
che son qui senza preavviso.
Noi non siamo saltimbanchi,
ma maestri del sorriso.
Colorati sì e bizzarri, certo,
ma sgarbati proprio no,
e irriverenti men che meno.
Noi calchiamo un po’ i difetti
non i nostri, sia ben chiaro,
ma i vostri, brava gente,
e dei tizi che incontriamo.
 
Venite dunque, non temete,
prendete posto, avanti su, sedete.
Una sola richiesta sia palese:
sospendete i giudizi
ed abbandonate (per un momento) le pretese.

Siete qui per divertirvi
E di risa uscire curvi.
Se di noi vi fiderete,
per l’Italia viaggerete;
stando fermi s’intende, senza trucchi,
ma aprendo soltanto orecchi ed occhi.
 
Turin c’è siùr Gianduja,
un bonario polentone,
con tricorno e giacca marrone.
 
Milan l’è Meneghino
che può esser un mercante
o, all’occorrenza,
uno sciocco contadino.
 
Bèrghem vi è Brighella,
con Gioppino ed Arlecchino;
servitore pigro e scapestrato,
architetto di disguidi e truffe
che non danno mai alcun risultato.
Passeggia con una giubba fatta di ritagli
di pezza colorata, stralci dei costumi degli altri,
di rimasugli.
 
Ebbene,
è innamorato sapevate?
Ha un nodo intorno al cuore, a quanto pare;
e conoscete chi lo tiene all’altra cima?
 
Signorina maliziosa, furba e chiacchierina,
cameriera veneziana,
in poche parole, la bella Colombina.
 
Raccoglie moine e complimenti da ogni viandante,
ma attenzione alle audaci lusinghe di quel mercante;
proprio lui, l’avaro Pantalone.
Eh sì perché, capirete Signori, a Venezia c’è il pienone.
 
Proseguendo un po’ incontriamo un brontolone,
finto erudito, bolognese di nascita
dottor di professione. È Balanzone,
che mescola il dialetto alle favelle
come un qualsiasi comune cialtrone.
 
A Perugia c’è il Bertoccio,
A Roma, invece, il Rugantino.
Figlio del popolo, rozzo, ma genuino.
Se ne sta sdraiato tutto solo,
in compagnia solo del vino
Pensando alla sua bella e
cantando fino alle luci del mattino.

E arriviamo, finalmente, al golfo di Napoli, laggiù.
Sapete dirci bei Signori, quale sia l’artista conosciuto di più?
Ma è Pulcinella, Jamm jà.
Un birbante truffaldino,
vestito di bianco e con naso aquilino.

A dispetto di tutto è simpatico e affabile
ed è proprio questo che lo ha reso inossidabile.
È amato da tutti, dall’anziano al bambino.
Perciò lo abbiamo eletto il simbolo di questo nostro teatrino.
 
Adesso però basta, è tempo di iniziare.
Il carnevale non aspetta, dobbiam darci da fare.
Sbizzarritevi, soddisfate con l’allegria la vostra sete
siamo sicuri che qui con noi vi divertirete
e vi saremmo grati se alla fine, poi, ci applaudirete.
Non ora certo, ma quando la notte finirà,
quando l’ora di salutarci puntuale arriverà.
 
Noi viviamo per questo, sapete?
Siamo maschere, non ci deludete.
 

Gennaio, 2021

Se dovessi

Se dovessi scrivere una storia d’amore l’ambienterei in Boemia.
Adagerei sullo sfondo le acque tranquille della Moldova e lascerei che, a scandire il tempo, ci fossero i rintocchi del grande orologio che domina sulla città vecchia.

Racconterebbe di Franz ed Anežka, del primo ballo fatto sul palco sgangherato di una festa di quartiere. Sentiremmo le loro risate, seduti ai tavoli di una locanda di Praga, mangiando vero gulash e bevendo la migliore Pilsner di tutta la città.
Labbra tese come archi
ed occhi a forma di fessure,
Li vedremmo innamorarsi con la velocità di uno sguardo
Così limpido da non riuscire a nacondere neppure la timidezza.

Li seguiremmo a passeggio sopra le pietre del Ponte Carlo,
tra l’incedere indiscreto di dame con l’ombrellino e gentiluomini con bastone e cappello.

Li accompagneremmo a casa, lasciandoli davanti all’uscio proprio nel momento dei saluti.

Quanto tempo è passato?
Meno di un giorno, risponderebbe l’orologio.
Loro, invece, direbbero che si è trattato di una vita intera.

Gennaio 2021

Lo scrutinio

31 Dicembre.
È giornata di scrutini all’istituto Comprensivo AnniVenti di Torino.
Intorno ad un grande tavolo di mogano si sono riuniti i docenti del corso D.
Si discute del più anziano della classe, Venti-venti, un curioso giovanotto che alterna sprazzi di creatività ad una pelandronaggine da manuale.

Ebbene – disse la Sig.ra Preside – cominciamo:

Storia voto 7 – Lascia il segno. Ha fatto di tutto per entrare nelle pagine dei libri, battendo al fotofinish la Peste del ‘300. Ha provocato la più grande emergenza sanitaria mondiale, una quarantena che non si vedeva dai tempi di Boccaccio, la caduta e l’inizio della rinascita.

Scienze Naturali 5 – Poteva fare di meglio. Slanci apprezzabili nei mesi primaverili, con la riduzione dell’indice di smog ed un bell’assist alle specie in estinzione, a cui però è seguito un drastico calo estivo ed autunnale. Poco ecologico, carente sulla raccolta differenziata.

Matematica 6 – Tirato. Se la cava con le basi di statistica ed i principi di contabilità. Discreto nel calcolo degli integrali, ma pessimo nella comprensione dei limiti.

Musica 6 – Propositivo. Inizialmente aveva un blocco verso questa disciplina ed ha provato in ogni modo a trascurarla. Con il trascorrere del tempo si è ripreso, inneggiando cori domestici e proponendo concerti in streaming o esibizioni sotto forma di stories.

Geografia 4 – Fobico. Non ama viaggiare, preferisce lo studio a tavolino allo spirito d’avventura ed ha un atteggiamento troppo pantofolaio. Ha fatto annullare la gita d’istruzione e condizionato le vacanze dei compagni.

Scienze sociali 4 – Misantropo. Rifugge il contatto umano, si scansa di continuo. Ha paura del diverso – dice.
Ma paura di cosa?! Buttati.

Italiano 7 – Creativo. Ha trasformato gli sguardi incorniciati dalle mascherine in parole e gli occhi della gente in canzoni.

– Signori, riassumendo, qui vedo due insufficienze gravi ed una lieve, possiamo scrivere il giudizio?

Il ragazzo ha delle potenzialità, ma non si applica. Deve maturare velocemente se non vuole restare indietro. Apprezzabili i tentativi di ripresa, ma serve più continuità.
Si consiglia un ripasso intenso, con particolare attenzione ai principi di coraggio e libertà, ed una maggiore partecipazione alla vita della classe.
Promosso (con riserva).

D’accordo – proseguì la Preside – direi che è il momento di passare al prossimo. Leggo qui: Venti-ventuno. Cominciamo.

Torino, 31 Dicembre 2020

Il Carnevale di Corso Racconigi

Il mercato è un carnevale.
Una baldoria di voci e profumi,
in cui, al posto dei carri, sfilano i banchi.
Una miriade di banchi squadrati,
fatti di assi e ferro,
che per l’occasione scelgono di travestirsi di colori.
Trasportano un carico di semi e verdure di ogni genere
Barattoli e prosciutti, pesce seccato e grandi forme di formaggio,
pronte ad essere tagliate per la prima volta.
È una grande festa, a cui partecipano perfetti sconosciuti.
La vita dei passanti si intreccia con quella dei venditori,
che aspettano pazienti,
richiamando l’attenzione con gesti di umorismo e stornelli improvvisati.
Ci sono avventori che camminano di fretta,
Anziane dame che avanzano trionfanti al braccio di cavalieri in pensione,
Mariti che si fanno largo spingendo una lista a forma di carrello
(stringono il telefono per un consulto dell’ultimo minuto
e sperano di non aver fatto confusione).
I bambini corrono, per loro è sempre un gioco,
mentre alcune coppiette ondeggiano tra i corridoi di cassette tenendosi per mano:
non vogliono nulla, sono venute solo per guardare.
 
“Madamìn, buongiorno, assaggi questi mandarini”
“Così non le avete mai viste, guardate che cime di rapa”
 
È una sarabanda di prezzi e quantità:
2kg di melanzane 1.5€,
5 Carciofi 2€, 10 Carciofi 3.5€
Pomodori pachino, cuore di bue, San Marzano
“Tutto ad 1€ al chilo, forza!”
Cavolo rosso e cavolo verza, broccoli,
Fave e arance di Sicilia,
Patate originarie del Sudamerica, ma che coltivano in Val di Susa.
 
Corso Racconigi è così,
il grande teatro di un carnevale a cielo aperto
dove si festeggia ogni giorno (sabato incluso).
 
Torino, Dicembre 2020

Traccia #2 – La leggenda del pianista sull’oceano

Un cenno della sua bacchetta pose fine al silenzio.
Per prime entrarono le arpe.
47 corde, pizzicate una ad una.
Poi lentamente si aggiunsero gli archi,
cui si sovrapposero i tromboni e le trombe.
Viole e violini scandivano il tempo
Ed archetti di legno ondeggiavano nell’aria disegnando una coreografia,
come se sapessero esattamente dove andare.
All’improvviso iniziò un ronzio,
simile ad uno sciame di api nei prati d’estate.
Era il suono dell’attesa,
Il tremore di chi aspetta che qualcosa di grande succeda.
Ed ecco, l’esplosione.
Lui aprì le braccia e si sollevò una voce di strumenti.
Corni inglesi, violoncelli, flauti, percussioni
si muovevano in armonia come dita di un’unica mano
dipingendo, con il suono, le immagini di un racconto.
Niente colori, solo note.
Una marea di note insieme,
legate l’una all’altra dai fili del pentagramma.
Incastonate, come gemme, nella partitura.
Era un’emozione,
che da sola investiva quella sala di occhi luccicanti
Era la musica.
Quella che esce dagli spartiti e arriva dritta al cuore.
 
Torino, Novembre 2020

Buon non-compleanno Herr Berliner Mauer

Era la sera del 9 novembre 1989.
Nel silenzio di una sala gremita, risuonarono le domande del corrispondente italiano Riccardo Ehrman, rivolte al funzionario tedesco Günter Shabowski:
– Vale anche per Berlino Ovest?
– Si, per tutte le frontiere.
– E da quando?
– Su questo foglio non c’è scritto, però sicuramente da questo momento.

Era iniziata la caduta del Muro di Berlino.
Una linea, che per quasi tre decadi aveva diviso innamorati e mondi, impedendo loro perfino di guardarsi.

Mi ha meravigliato leggere che, uno dei pochi diritti concessi in quel periodo, riguardava la possibilità di scrivere delle lettere.
La corrispondenza era controllata, ma non del tutto vietata.
Ed è così, che per 28 lunghi anni ci si è voluti bene attraverso un foglio di carta. Grazie a quella grafia, che “raccontava” tutto ciò che non si poteva dire, facendo intuire al destinatario il reale stato d’animo del mittente.

“Mio caro Christoph, 
[…]
so bene che in questo momento tu sei molto triste.
Ti abbraccio forte, ti bacio, ti accarezzo, appoggio la mia bocca sui tuoi occhi. Non essere triste, io tengo duro e sono convinta che il nostro amore sarà più forte di ciò che attualmente ci separa.
Per sempre tua, Dorothea.”

Dorothea aveva 19 anni e Christoph 21.
Non potevano immaginare che i loro nomi avrebbero attraversato il tempo, per arrivare sin qui.

Di loro resta questa storia, iniziata dalla fine,
Insieme a quei valori,
Quella fede,
Quel filo invisibile che ha continuato a tenerli uniti.
Un laccio, capace perfino di farli ritrovare.

Buon non-compleanno Herr Berliner Mauer

Torino, Novembre 2020

Lezione ad un’aula vuota e ad una classe piena

Buongiorno ragazzi,

Oggi niente spiegazioni.
No no, nessuna vacanza, non fraintendetemi.
Ci prendiamo semplicemente una piccola pausa da formule e schemi.
Loro possono aspettare.

Voi no.

Mi fa effetto vedere i banchi spogli e voi a casa, ciascuno davanti al proprio schermo, vestiti di tuta e pantofole, con a fianco la tazza del caffè-latte ancora caldo.

Si è pensato tanto all’effetto che questi mesi avranno sull’istruzione, sulla difficoltà di terminare i programmi a distanza, sui problemi logistici (..), ma per me andrebbe sottolineato ancor di piú l’aspetto umano che, in fondo, è il motivo per cui siamo qui.

La scuola è uno strumento di relazioni.
Un posto magico in cui nascono amicizie, si scoprono i primi amori e si sviluppa la passione per una materia che, con il tempo, qualcuno trasforma in una professione.

Non buttate questa occasione.
Non lasciate che questi mesi siano un corto circuito nella vostra vita, diventando spettatori del tempo.

Inventatetevi qualcosa.

Siate diversi dagli altri,

Commuovetevi per una carezza,

Respirate tutto quello che c’è intorno.

Accettatevi.

È nell’imperfezione che si nasconde la vera bellezza.

Coltivate un interesse, siate creativi, viaggiate stando fermi.

Accendete la curiosità.

Siate coraggiosi, ma non folli.

Indossate le ali di Icaro,
Avvicinatevi al Sole, ma cambiate il finale.

Siate la vostra rivoluzione.

Che questa classe sia una miccia.

Torino, Ottobre 2020

Viaggio in Italia – La Lombardia

Brescia ed io ci eravamo sempre visti, ma mai conosciuti.
Ci siamo incontrati per la prima volta in una mattina di luglio.
Mi ha accompagnato per le vie del centro, raccontandomi la storia di una terra di sorprese: di Tito Speri e del coraggio di chi, per X Giornate,
non si è piegato al giogo dei conquistatori.
Eroi, che con il loro impeto le sono valsi l’appellativo di Leonessa d’Italia.
 
Mi è stata simpatica a prima vista.
Da quel giorno sono tornato a trovarla più volte.
Ho percorso a piedi i vicoli e le piazze, ascoltandone il dialetto e scoprendone le arti:
Le luci, che a febbraio colorano le mura del castello.
La gastronomia, che ha nei Casoncelli e nello Spiedo le sue specialità.
Le macchine, che ad ottobre sfrecciano per le strade di una corsa storica.
Mille miglia di motori, di numeri, di generazioni di piloti che arrivano da tutto il mondo per aggiudicarsi una gara di regolarità.
Camminando tra i Fori e la Loggia si passeggia sopra i secoli.
Un viaggio lunghissimo, che mi ha portato fin giù,
dove oscuri canali sotterranei accolgono le acque fredde del Bova e del Celato
Amplificandone le voci e custodendone i segreti.
 
Uscendo appena dalla città il paesaggio cambia.
La pianura lascia il posto ad una distesa di colline,
interrotte di tanto in tanto da piccoli borghi medioevali,
Abbazie (come quella di Rodengo Saiano) e conventi,
testimonianze che parlano del passato di questa zona,
sosta obbligata per i pellegrini diretti a Roma.
 
C’è poi un posto, dove la terra è soffice come un materasso.
È adagiato tra i filari della Franciacorta e la sponda orientale del lago d’Iseo,
protetto dall’antico Monastero di San Pietro di Lamosa, che ne sorveglia l’ingresso.
Sono le Torbiere del Sebino.
 
Qui il tempo è scandito dal canto della rana, regina delle paludi
e guida fidata di chi vuole scoprire la biodiversità di questi luoghi.
 
Poco più in là c’è Iseo, con il suo lago.
L’ho navigato controvento fino a raggiungere Monte Isola,
uno spazio di terra circondato dal blu, dove le vetture sono oggetti immobili, parte dell’arredamento,
ed i maestri d’ascia costruiscono le loro barche come si faceva cinque secoli fa.
Ho provato l’esperienza di camminare nel silenzio, avvolto dal profumo delle ginestre, dei tigli, dei bucaneve e delle genziane.
Ascoltando le storie di vecchi pescatori e mangiandone i tesori su una tavola imbandita:
Carpe, Tinche ripiene e Lucci,
affumicati, marinati e accompagnati in ogni forma dalla polenta.
 
Più ad est, c’è il Garda.
Una costa frastagliata di paesi e terrazze, che sanno d’estate.
Salò, Desenzano, Gardone Riviera
Palcoscenico della fantasia di un Poeta pazzo e generoso,
che vive nella delicatezza dei suoi versi
e respira tra i resti di ciò che ha donato.
 
Una perla, Sirmione.
Conosciuta dalla notte dei tempi per la salubrità delle sue acque
Fu cantata da Catullo ed abitata dagli Scaligeri,
che qui costruirono torri e mura merlate.
Un castello,
che vanitoso si specchia tra i riflessi del Lago.
 
Scenografico sì, ma esile in confronto alle possenti mura veneziane di Bergamo,
che mi aspetta, più ad ovest, per farmi vedere l’eleganza dei suoi palazzi e delle chiese.
L’ho osservata guardandola attraverso i suoi archi ed affacciandomi alle sue balaustre.
Incrociando i miei passi con una serie di bizzarri abitanti: una moderna cleopatra color dell’oro ed un’anziana, estimatrice di thè e di cappelli, vestita di prati.
 
Proseguendo a sud si raggiungono le terre dei Signori di Mantova,
mecenati illuminati, i Gonzaga, che alla loro corte valorizzarono la creatività di artisti sconosciuti ed ospitarono pittori rimasti impressi nell’eternità dei loro dipinti.
 
Pochi chilometri le separano da Crema (la taciturna) e sua cugina Cremona,
patria del bollito e del violino,
le cui note echeggiano nei vicoli, inframezzate dal suono delle campane.
 
Ad Ovest la grande Milano, città della moda e della musica
del teatro, dove genti venute da ogni mondo sognano di esibirsi.
Qui Leonardo diede sfoggio del suo ingegno più puro
E gli architetti sfidarono la gravità,
costruendo le guglie di una cattedrale protesa verso il cielo.
 
C’è da perdersi tra le storie racchiuse in ogni palmo di questa regione.
Troppe per un foglio di carta.
Dimenticate quindi queste righe.
Partite, con uno zaino pieno di niente
Fermatevi ad ogni borgo, chiacchierate con gli sconosciuti,
mangiate nei posti che non hanno l’insegna.
Nascerà così il più bello di tutti i racconti.
Un viaggio.
 
Torino, Ottobre 2020
(Appunti di viaggio – Lombardia 2019-2020)

Don’t forget 1993

Mostar è bella anche quando piove.
Le gocce bagnano i ciottoli della città vecchia e scivolano giù, fino a riunirsi alle acque della Neretva.
La chiamano la città della rinascita.
Della ricostruzione,
Cominciata proprio dal suo simbolo,
Lo Stari Most.
Un ponte nella terra dei divisi,
che da cinque secoli assiste allo scorrere degli eventi e che, oggi, sorveglia i turisti curiosi che lo attraversano.
Al fondo, una scritta:

“Don’t forget 1993”

È una storia che non si dimentica, ma si trasforma.
Lo sanno bene i ragazzi di questa regione, che sono riusciti a disegnare sopra i segni della guerra.
Lo hanno fatto, colorando gli scheletri dei palazzi sventrati e giocando con le impronte dei colpi dei mortai per creare murales fantasiosi.
Colori e forme, modi diversi per raccontarsi e ricordare.

Torino, Ottobre 2020
(Appunti di viaggio – Bosnia Erzegovina, Febbraio 2020)

Comunque vada prendiamo un ghiacciolo

Le porte sono tra le bici verdi e quei vasi.
Il “fuori” non esiste, il campo finisce dove arriva la palla.
– Non sarà troppo grande?
– Correte a prenderla allora, prima che vada troppo lontano.

Niente scarpe, si gioca a piedi scalzi.
La gente che passa, dettagli.
Le squadre:
– Siamo noi contro di voi.
– Voi chi? Siete tanti!
– Ma cosa importa, butta la palla, giochiamo.

Fu una partita memorabile: 105 minuti di scontri, colpi di tacco e ginocchia sbucciate, sole che scotta, fiori recisi e biciclette cadute.
Alla fine nessuno si ricordava più il nome degli altri, né l’età o la provenienza.
– Ma eravamo insieme. E quel ghiacciolo, mangiato per mescolare vincitori e sconfitti, era il più buono del mondo.

Porto Recanati, Agosto 2020

Pazienza

Pazienza ha il volto di donna e la carnagione scura.
Cammina lungo un tappeto di sassi bollenti, spingendo le ruote di un carrello in cui ha tutto.
Borse, vestiti alla moda, fili colorati pronti per essere intrecciati tra i capelli di altri.
Nei suoi occhi, c’è l’Africa
Al di là del mare,
da qualche parte laggiù.
C’è una casa,
dove a quest’ora, di certo, qualcuno ha già raccolto l’acqua ed ha cominciato a cuocere il pane.
Non è lontana, dista solo poche onde ed una manciata di nuvole – ripete sempre tra sé.

Pazienza.

Sa che un giorno tornerà a navigare.
Ci sarà un bel vento
Che accompagnerà le barche dall’altra parte.
Scivoleranno veloci e non ci sarà tempo per avere sete, né fame.
Lì ritroverà quello che c’è sempre stato.
Giselle e Christopher, insieme alla caraffa piena d’acqua e al pane ancora caldo.
Non manca molto, Pazienza.

Porto Recanati, Agosto 2020

Estate 1947

Sei arrivato,
quando dal finestrino del treno inizia ad intravedersi la cupola del Duomo.
Si staglia su un Tavoliere di case e di campagne, abitate da ulivi centenari e circondate da muretti a secco, che ricordano ai visitatori l’anima agricola di questa gente.
 
Il paese non è cambiato molto dall’estate del ’47.
Certo, la vecchia camiceria ha chiuso e la stazione ha abbandonato il centro per spostarsi qualche chilometro più in là, ma i bambini giocano ancora a pallone nelle strade.
 
Si divertono, trasformando le saracinesche dei magazzini in bersagli ed i marciapiedi in occasioni per qualche sponda fortunosa.
Sognano l’esultanza sotto quella curva di balconi, applauditi dai vicini affacciati alle finestre.

I ragazzi, invece, continuano a ritrovarsi alla Villa comunale.
Passeggiano per i viottoli e tra quelle aiuole si innamorano, scambiandosi promesse proprio come accadeva 73 anni fa.

Lungo le vie si sente l’odore dell’origano e la voce delle botteghe.
I mercanti spingono i carretti e chiamano a raccolta i passanti.
Trasportano i frutti della terra ed enormi orci pieni di olive, pronte per essere vendute al mercato.
 
Grandi assi di legno vengono apparecchiate davanti alle case: ospitano i pomodori che lì, ben ordinati, aspettano di seccarsi al sole.
Le anziane siedono davanti alle porte, vestite di semplicità e bellezza, indossando il grembiule e uno scialle di maglina sulle spalle.
Osservano i passanti, aspettando d’incrociare un cenno di gentilezza o il viso di qualcuno che conoscono.

Qui la vita scorre scandita dal caldo.
Il fermento del mattino è interrotto dalla Controra, uno spazio nel tempo in cui il ritmo rallenta e le strade si svuotano. L’operosità lascia il posto al fresco del riposo.
 
Questo è quello che deve aver visto Paola, arrivando da Barletta nell’estate del ’47.
Non poteva sapere che quella sosta a Cerignola sarebbe diventata la sua destinazione. Non lo immaginava nemmeno Giuseppe che lì, senza saperlo, la stava già aspettando.
 
Torino, Agosto 2020

Chiamami

Chiamami padre, volto di fatica, mani ruvide riflesso di stanchezza.
Responsabilità nascoste dietro le lenti dei miei occhiali, preoccupazioni trasformate in sorrisi, sicurezza anche quando non c’è niente.
Non ho fame, non ho sete, non sono stanco e quella ferita non mi fa male affatto.

Chiamami madre, occhi di dolcezza, mani d’ingegno, abbraccio garantito.
Educatrice instancabile, equilibrio in una bilancia di quotidianità.
– “State vicini, ricordatevi la dignità, siate onesti prima di ogni altra cosa.”-

Chiamateci figli, rami di questo tronco.
Fili annodati che, come raggi, si allargano percorrendo sentieri e vie. Custodi di memorie e di valori.
Coraggiosi che osano, specchio di qualle cadute divenute lezioni ed incise, per sempre, sulle ginocchia e sui gomiti. Progetti, promesse, sogni realizzati e da realizzare.

Chiamami Terra.
Sono le tue origini e la tua casa.
Paese delle tue tradizioni, della tua identità. Proteggimi.
Lascia che chi arrivi dopo di te ritrovi la bellezza che hai conosciuto.

E poi chiamami Futuro.
Sono qui, ti aspetto.

Novalesa, Luglio 2020
(Appunti di viaggio. Treno Torino-Liguria, Ottobre 2017)

Il gigante Ciliegino

Ciliegino è nato a fine aprile in un isolotto delle Eolie, a largo di Milazzo, abitato solo da giganti.
Suo padre è un gigante, cosí come la madre. Lo sono i fratelli ed i cugini.
E perfino tutti i bambini che nascono giá grandi come le botti dei vignai.
Tutto è fatto su misura intorno a loro: il cratere del vulcano è una piscina, le chiome degli alberi sono morbidi cuscini e le colline dei comodi giacigli, su cui stendersi e sognare.
Ciliegino è curioso. Lo appassiona ogni cosa, specialmente ciò che sembra infinitamente piccolo. Conosce i nomi delle piante e l’alternarsi delle coltivazioni. Sa distinguere ogni specie di insetto, gli uccelli che volano nel cielo ed i pesci che popolano le acque tutto attorno.
Ogni volta che scopre una novità, la disegna: prende un lungo bastone e ne traccia i contorni nel mare.
Pare che quel gesto lo aiuti a fissare le forme e a dare un senso alle immagini.
Nessuno capisce perché lo faccia, né tantomeno questo suo strano modo di comunicare.
E come potrebbero? Loro non hanno mai sentito parlare dell’autismo.

Una mattina di luglio arrivò sull’isola una nave sconosciuta.
Era fatta di ramoscelli ed aveva delle foglie al posto delle vele.
Da quell’imbarcazione scese Fiordaliso.
Era piccola di statura, ma i modi gentili e la delicatezza dei suoi sguardi la facevano apparire più grande di tutti i giganti.
Ciliegino la incontrò sulla spiaggia: si conobbero e si capirono.
Quindi prese il suo bastone e corse a disegnarla.
Non nel mare, ma in un campo.
Nessuno sa come sia finita la storia del gigante e della sua Fiordaliso; si racconta peró che da quella traccia, nella terra, siano cresciuti tanti (piccoli) fiori.

Torino, Luglio 2020

Viaggio in Italia – Il Piemonte

Il viaggio inizia dove tutto è cominciato.
Da quelle montagne, protettrici di valli e dialetti, che si ergono tutt’attorno come gli ordini di un grande anfiteatro.
Sorvegliano la pianura e la riparano dal vento.
Poco piú in là c’è Torino, con i suoi mercati ed i viali, che in estate si trasformano in lunghe gallerie di un colore verde acceso.
Cittá mosaico di popoli e stili, in cui si incastonano antichi caffé e giardini.
Qui, i profumi della gastronomia e l’odore del cioccolato attraversano educatamente le strade:
un reticolo di geometrie squadrate,
esercizio di perfezione di chi, per realizzarle, è partito dagli assi.

La provincia intorno è abitata da eleganti residenze e monasteri fortificati.
Sono i testimoni di un tempo che ha visto, questa regione decentrata, al centro.

Proseguendo ad est si incontrano Asti ed il Monferrato,
ove le fragranze dei vini si mescolano ai versi dell’Alfieri:
studioso illuminato ed esploratore coraggioso, precursore di quel romanticismo che lo avrebbe reso immortale.
Poeta che, proprio in questa terra, ha cantato i suoi ideali.

A sud le Langhe, fino a Cuneo.
Adagiate tra dolci colline, che ondeggiano sospese nell’aria come lenzuola ricamate.
Le ho viste la prima volta in una domenica di passi,
accarezzate appena dall’autunno.
Erano ricoperte da un tappeto di foglie ingiallite, accompagnate per terra dalle correnti.
Raggi di sole si infilavano tra i filari delle vigne, fino a depositarsi sui grappoli d’uva matura
che aspettavano, pazienti, di essere raccolti.

A nord c’è Novara, album da disegno dei progetti di un architetto visionario,
che guardava sempre in alto e desiderava toccare il cielo. 
Non c’è niente che la separi da Vercelli se non una scacchiera di vasche, specchio di nuvole e culla di un chicco che germoglia nel silenzio: sono le risaie.
Ad ovest, Ivrea. Da metà gennaio, qui risuonano le note dei flauti e le grida di una battaglia combattuta a colpi di arance.
Memoria di un passato lontano che, oggi, viene ricordato nei colori del carnevale.

C’è ancora tanto da vedere, ma ogni cosa ha il suo tempo.
Adesso è venuto il momento di tornare.
L’ ultima tappa è Moncalieri, un borgo sentinella ai bordi di Torino.
Lì dove, un giorno d’estate, è iniziata la mia storia.

Torino, Giugno 2020

Trabucchi

Era la prima volta che Gianni attraversava quel mare.
Era la prima volta che guardava lo scafo della vecchia feluca infrangere le onde,

circondato da un blu a cui non c’era fine.
Sentiva il vento.
Arrivava difronte, ma lo avvolgeva anche dai lati, sembrava che giocasse.
Non scherzava invece Alfonso, un marinaio con la barba bianca che lui chiamava nonno.

Stava in piedi vicino al suo timone, alternando lunghi silenzi ad una manciata di frasi in dialetto: poche parole, solo punti di vista di chi, quel mare, lo conosceva davvero bene.

– Guarda laggiù, cosa vedi?

Gianni non riusciva a credere ai suoi occhi: dall’acqua erano usciti giganteschi ragni, con migliaia di zampe ed antenne. Erano immobili ancorati agli scogli, non facevano paura.

– Sono dei ragni o enormi millepiedi. Non riesco a capire Alfonso, forse sto sognando.

– Le cose, viste da lontano, cambiano forma. Se vuoi scoprirle, devi fare lo sforzo di avvicinarti – sussurrò.

E gli raccontò del Gargano e dei suoi trabucchi,

di quell’insieme di assi, travi, argani e poi reti,

giganti, nati dell’ingegno di antichi pescatori

e dalle leggende che li attribuiscono alle Ninfe ed ai Tritoni,

omaggio, si dice, al Signore di tutti i mari.

Gianni ascoltava e ciò che prima sembrava confuso ora appariva finalmente chiaro.

Aveva ragione quell’uomo con la barba bianca: bastava avvicinarsi.

Torino, Giugno 2020

Ti insegnerò la pazienza

– Guarda ragazzo.
Lo vedi questo? È un nocciolo.
Ne pianterai tanti e te ne occuperai ogni giorno.
Li annaffierai, al mattino, quando il Sole è ancora basso.
Ed imparerai ad anticipare i temporali, leggendo ogni piccola increspatura del cielo.
Prenditene cura,
Sii pronto a distendere un grande telo quando vedrai la pioggia traformarsi in grandine e la grandine scendere abbondante dalle nuvole.

Ti insegnerò la pazienza, ma tu sappi aspettare. Forse non tutti germoglieranno, magari qualcuno di loro resterà incompiuto, intrappolato nella terra.
Altri invece cresceranno, si fortificheranno e tra molti anni daranno frutto.
Non demordere ed abbi sempre fiducia.

– Cosa c’è in quei noccioli Nonno?

– Ci sono le tue, le nostre origini. Gli antenati che ci hanno preceduto ed i valori, tramandati per generazioni fino a te.
Li trasmetterai ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli.

– E tu dove andrai?

– Ti aspetterò laggiù, dove fioriranno quei ciliegi.

Torino, Giugno 2020

Un mare di vele

Son belle le case che affacciano sui cortili.
Spazi grandi come stive
che amplificano le voci e fanno rimbombare anche i suoni silenziosi.
Tutt’intorno ci sono balconi variopinti e fiori di ogni genere.
Le lenzuola, stese e ben ordinate,
che sventolano come le vele di antichi velieri.
Ondeggiano,
al soffio tiepido che porta con sé l’odore dei ciclamini.
Le finestre spalancate sono oblò,
raccontano scene di ogni giorno,
gesti di normalità.
C’è una bambina che sta imparando a camminare,
un anziano con gli occhiali intento a leggere il giornale,
due fumatori, che sul loro poggiolo chiacchierano sorseggiando una gazzosa
ed un gruppo di ragazzi, seduti sul muretto che circonda il grande platano.
Ascoltano musica e si raccontano storie,
fantasticando, chissà, sui progetti dell’estate.
È un mondo di naviganti, di mari e di sogni
Di navi che salpano e di genti che passano.
Non serve un oceano per viaggiare,
Basta chiudere gli occhi e respirare.

Torino, Maggio 2020

Dove vanno le rondini di giorno

Le rondini escono puntuali, quando il caldo pomeriggio lascia il posto al fresco della sera

ed il sole dipinge, con gli ultimi suoi raggi, sfumature violacee su una tavolozza di cielo.

Virata, planata e poi fiuu, scompaiono tra i comignoli

Per riapparire, all’improvviso, pochi tetti più in là.

Si rincorrono, poi giocano per un po’ a nascondino
Sfrecciano senza mai riuscire a prendersi e fischiettano canzoni di chissá quali paesi, lontani.

Nessuno sa dove vadano di giorno,
Forse riposano tra le grondaie
Catturano gocce d’acqua ed aspettano che il vento le inviti di nuovo a ballare tra le nuvole.

Torino, Maggio 2020

Il bambino che non voleva diventare alto

C’era una volta un bambino che non voleva diventare alto.
Si chiamava Giovanni, ma lo chiamavano tutti Nino.
Aveva gli occhi verdi e la testa avvolta da capelli neri e fantasia.
Gli piaceva disegnare e sognare, correre tra le piante del giardino
E inventare storie con le forme riflesse nelle pozzanghere.
Era molto riservato ed un po’ taciturno, parlava poco,
ma era anche molto sensibile e sapeva ascoltare.
Forse è per questo che tutti gli volevano bene.
Nino cresceva più velocemente degli altri,
le sue ossa si svilupparono a dismisura
le mani divennero grandi come le foglie di un platano
ed i piedi lunghi, come le radici di una quercia.
Talvolta piangeva, perché non voleva apparire diverso.
Desiderava addormentarsi Nino e, nel silenzio della sua stanza,
dopo un lungo sonno, trasformarsi in una creaturina più piccola.
Una coccinella o una formica, un’ape operosa o un simpatico girino.
Ma il suo sogno non si avverava mai e, ad ogni risveglio,
il suo corpo gli appariva più grande della sera prima.
Un giorno di maggio, mentre sconsolato ritornava da scuola
iniziò un temporale improvviso.
L’aria si riempì del profumo della pioggia
Arrivarono grossi nuvoloni ed il bagliore dei lampi illuminò il cielo
ad intermittenza, come le luci di un faro.
Nino, per non bagnarsi, si appoggiò ad un muretto,
cercando di restare immobile, con gli occhi chiusi.
D’un tratto sentì un forte boato e due braccia,
che strette lo avvolsero,
aggrappandosi a lui come farebbe il muschio con un sasso.
Incredulo aprì gli occhi e vide accanto a sé una bambina.
Profumava di viole, aveva i capelli raccolti e tremava.
– Tu chi sei? – Esclamò Nino.
– Ma tu allora parli! – sussurrò la bambina.
  Ero spaventata e, pensando che fossi un albero, mi sono riparata sotto di te.
Da quel temporale sono passati molti giorni.
Nino ha continuato a crescere, ma non ha più paura.
Quella bambina è diventata..
Ma forse questa è un’altra storia.

Torino, Maggio 2020

Un attimo prima della felicità

Che sensazione si prova un attimo prima della felicità?
Vorrei provare a descriverla attraverso un’immagine:
quella di uno sconosciuto corriere cileno che adagia,
davanti alla porta di una casa,
una scatola di cartone 50x50x60cm.
C’è scritto:
Avenida Dario Urzua 2086, dept. 1404 – Santiago del Cile.
È il mio indirizzo.
Quel grosso pacco arriva dall’Italia.
L’ho posizionato sul tavolo e l’ho fissato per una manciata di secondi
con occhi pieni di stupore.
Non voglio interrompere l’armonia di questi istanti.
Sto pensando alla mia casa.
Alle mani che lo hanno assemblato, con cura.
L’ho aperto lentamente,
rimuovendo i tanti strati di giornale
accomodati per attenuare gli urti.  
Lasciando, alla mia fantasia, il tempo di immaginarne il contenuto.
Al suo interno ci sono barattoli ben chiusi, di ogni dimensione,
con coperchi variopinti ed etichette scritte a mano.
C’è salsa profumata, melanzane e pomodori sott’olio,
marmellata di arance ed il pesto,
fatto con il basilico fresco e noci,
raccolte pazientemente ed asciugate al sole.
Due grandi pezzi di parmigiano sottovuoto
ed una salsiccia, dolce.
Una busta di farina di grano arso,
cavatelli secchi ed orecchiette,
quattro pacchi di taralli
ed altrettanti di friselle, d’orzo.
Ci sono le olive verdi di Cerignola, pronte ad una nuova salamoia,
una pizza rustica di ricotta e spinaci
ed un sacchetto di stoffa, che avvolge delle paste di meliga.
Sul fondo, una lettera con una grafia familiare.
Stando lontano, ho capito ciò che ho sempre saputo:
i sapori e i profumi di quello scrigno di cartone
sono riusciti a riportarmi nella mia terra.
 
Torino, Aprile 2020

(Appunti del Cile, 2015)

Storie di Terra Santa – Il golfino blu

Il pullman scivola in un paesaggio di arbusti e rocce, in cui si inseriscono, armonici, gruppi di edifici.
Un muro divide Israele dalla Palestina, Betlemme da Gerusalemme: le targhe gialle passano, le targhe bianche si fermano. Serve un lasciapassare. Serve un visto che certifichi le ragioni del viaggio. Visitiamo la Sinagoga all’interno dell’ospedale di Ein Kerem e le sue 12 vetrate: giganti narrazioni colorate di Marc Chagall, attribuite a ciascuno dei dodici figli di Giacobbe e dunque ad ognuna delle 12 tribù d’Israele. Un’ondata di colore e luce, che da voce alla simbologia di quel racconto.
Il pranzo è frugale, in una Casa Nova francescana che accoglie chiunque abbia voglia di bussare.
La gente arriva, mangia, si conosce e poi riparte.
A pomeriggio lo Yad Vashem, museo della Shoah ed il Giardino dei Giusti, avvolto da un’aura di spiritualità.
Il memoriale dei bambini: elenchi di nomi, età, provenienze. Elenchi di vite, centinaia, migliaia, monotóno, avvolti da specchi e luci che disorientano e trasportano nella paura. Ebrei che osservano gli ebrei, increduli, sgomenti di fronte a tanto orrore.
Prima di sera incontriamo Suor Katrine, giordana. Vestita di semplicità e bellezza, nel suo golfino blu. Racconta con sorriso e grinta la quotidianità di un gruppetto di suore votate alla gente. Gente di strada, gente che non ha niente. Trentatre anziani ricoverati, centinaia ospitati, sfamati, bambini, adulti. Al centro della comunità di sant’Antonio c’è posto proprio per tutti. Descrive con straordinaria normalità la sua vita, fatta di difficoltà e rinunce: “se lanciano bombe fumogene, chiudiamo le finestre, perché agli anziani da fastidio” – dice.
E quando le domandano come siano i rapporti dei cristiani con gli ebrei e i mussulmani, risponde: “buoni. La nostra missione è andar d’accordo con tutti.”

Torino, Aprile 2020

Conversazione in alta quota

–  Buongiorno Messere, pare stanco, ha viaggiato?

– A lungo.
  Arrivo da lontano.

– Ha notato gli uomini là sotto? Sembrano in difficoltà.

– Ho avuto anch’io questa impressione. Tempi duri probabilmente, me ne accorgo dalla penuria di briciole.

– Come appare il mondo fuori Torino? Da quando sono nato, non ho mai lasciato questi tetti.

– Ha usato la parola giusta, è un “mondo”. Uomini e Natura convivono dalla notte dei tempi. I primi, a volte, si comportano come ospiti un po’ maleducati, ma a Natura gentile questo non importa. Sa perdonare e trova sempre la forza di rifiorire.

– Si spieghi meglio.

– Natura, lasciata fuori casa, riesce sempre a riprendersi il suo spazio. Proprio come in questi giorni: ho visto i cigni e i pesci ripopolare i canali di Venezia, le lepri occupare i parchi silenziosi di Milano ed una famiglia di delfini avvicinarsi al molo del porto di Cagliari.

– Adesso capisco. Pensa che gli uomini saranno capaci di imparare la lezione?

– Io credo di si.

– Mi tolga un’ultima curiosità, cosa sta portando con sé?

– E’ un fiore. Da qualche giorno è cominciata la primavera.
Natura mi ha raccomandato di portarlo insieme a me, durante il viaggio, per ricordarlo anche agli uomini.
Ora mi scusi, ma devo volare via, ho ancora molto cielo da percorrere.


Torino, 27 Marzo 2020

Cosa danno stasera sul balcone?

Questo tempo ha cambiato il valore delle cose.

Il balcone, una trascurata manciata di metri quadrati,

in genere alloggio temporaneo dello stendino e

domicilio di una scacchiera di vasi,

si è trasformato in un nuovo strumento di relazioni.

–  Cosa danno stasera sul balcone? –

È la domanda che ripetono tutti

Desiderosi di conoscere il tema del Flash mob quotidiano

che, puntuale, arriva a bussare ai vetri delle finestre.

Balcone è strada, per conoscersi e chiacchierare.

Spazio per passeggiare e vedere la primavera affacciarsi.

Balcone è giardino per sedersi e piazza per cantare,

Unendo la propria voce a quella dei vicini,

in un’unica grande orchestra.

È proiettore da cui illuminare le facciate antistanti,

riproduzioni in bianco e nero di un cinema all’aperto.

Balcone è una cassa da cui spargere musica nelle vie.

Come il piccolo poggiolo di Corso Racconigi 83

capace, grazie alle premure dei suoi preziosi abitanti,

di amplificare quel suono

e portare allegria tra i palazzi di Borgo San Paolo.

Torino, 19 Marzo 2020

Mezzogiorno in punto

Ho visto un popolo affacciato alle finestre,
spettatori in un grande teatro, fatto solo di balconi.
Applaudivamo gli attori di una storia non scritta,
angeli di corsia e fatine vestite di bianco,
sconosciuti, diventati improvvisamente familiari.
A mezzogiorno l’Italia si è affacciata a ringraziarli,
trasformando giorni di paura in gesti di bellezza.
Come quelli quotidiani dei volontari e di autisti coraggiosi
piloti che corrono senza sosta su strade semideserte,
coperti da una maschera stretta che ne segna gli zigomi.
E poi ci sono tutte quelle genti venute da lontano
Non parlano la nostra lingua, ma ci capiscono.
In queste ore, che precedono l’arrivo della primavera
scopri che è possibile viaggiare stando fermi,
passeggiare per i vicoli di Napoli e dondolare sui canali di Venezia,
sentire le canzoni di Lucio per le strade di Bologna.
Incontrare poeti anonimi,
che abbandonano biglietti di speranza sui lampioni.
E bambini, che colorano candidi lenzuoli con arcobaleni.
E’ una grande “macchina” senza ingranaggi, ma piena di persone.
Perché infondo ciascuno reagisce a modo proprio.
Si, a modo proprio, reagisce.

Torino, 14 Marzo 2020

Il musicista con l’armatura

Ezio è un musicista innamorato della vita, che da qualche anno combatte contro un nemico stonato dal nome impronunciabile.
Si scontrano ogni mattina, al suono della sveglia, e la battaglia continua tutto il giorno, con una manciata di secondi di tregua tra un assalto e il successivo.
In quei pochi attimi, pensa alla musica:
la racconta come farebbe un padre al proprio bambino, la sussurra..con un filo di voce accompagnata da movimenti scomposti, per via della pesante armatura che indossa.
É contratto, prigioniero di in corpo che non lo segue più..ma il suo sorriso è una calamita troppo forte, da cui non ci si riesce a staccare.
Quell’uomo ha trasformato la sua corazza in un inno alla felicità, scegliendo di vestirla con un mantello colorato.
Ha cucito insieme mille pezzi di stoffa..musica, arte, storia, magia..
riuscendo a far “vedere” per un attimo  quel filo invisibile che unisce ogni cosa, gli da armonia e trasforma mondi apparentemente lontani in un’unica grande storia.
Ezio mi ha fatto capire che la bellezza della vita sta nel suo insieme, bisogna guardarla dall’alto.

Torino, Marzo 2020

Il bottone perduto

– Ho perso il mio bottone-gioiello!
Ah, lei avrebbe proprio dovuto vedere com’ero elegante questa mattina.

– Lo è anche adesso, mi creda.

– No, Lei non può capire, ora mi sento trasandato. Ho perduto il mio gioiello e non riesco proprio a ricordarmi dove possa essermi caduto.

Era un uomo basso, con una candida capigliatura sormontata da un tricorno di velluto, avvolto da una mantella di lana nera che nascondeva tutto, tranne la fibbia argentata delle sue scarpe.
Camminava per le strade di Venezia a tarda sera, annunciato dal tacchettio di quell’eleganti calzature e accompagnato da una bella dama, artefice delle cuciture dei suoi abiti.

– É agitato sa, lo perdoni. Stiamo camminando da ore alla ricerca di quel bottone, ma sembra davvero essersi volatilizzato. Si tratta di un oggetto che non valeva niente, ma per lui valeva tutto: era un regalo.
Lei ha mai perduto qualcosa?

– Si, mi è capitato.

– E alla fine, lo ha ritrovato?

– Non sempre, purtroppo. Però le svelerò un segreto: perdere qualcosa significa, al tempo stesso, iniziare una ricerca. Può riportare l’oggetto smarrito o qualche altra sorpresa.

Accennarono un piccolo sorriso e poi sparirono nelle pieghe di quella tiepida sera, persi (anche loro) tra una folla di maschere e costumi variopinti.

In quel bottone c’è Venezia e la straordinaria follia del suo Carnevale, della fantasia che si mescola al reale e del nuovo che si intreccia con l’antico.
Non ho più rivisto quei signori, ma mi piace credere che abbiano concluso la loro ricerca, ritrovando quel piccolo oggetto e, con lui, la voglia di tornare.

Venezia, 22 Febbraio 2020

Il Principe addormentato

Quando ci siamo incontrati non lo conoscevo ancora.
L’ho visto alla fermata del tram di Corso Vittorio, riposava, ma in lui si riconosceva l’umiltà dei grandi.

Nonostante la stanchezza, ha accettato subito di raccontarmi la sua storia.
Una sola condizione: “non ci saranno domande – disse. Ti mostrerò chi sono, solo se sarai capace ad ascoltare.”

Franco è un principe.
Non ne avevo mai visto uno,
eppure lui lo era, lo era davvero: illustre dottore, grande letterato e nobile, d’animo.
È arrivato a Torino su una carrozza Intercity-notte, trasportando la sua vita in due grossi bauli che tiene sempre accanto a sé.
Sono pesanti, perché lì dentro c’è il mare e sono raccolte le voci della sue terra.
In ogni tasca c’è un volto e in ogni scatola, ben piegato, c’è un profumo di casa che si mescola alla fragranza delle pagine dei libri.
Dice di venire da un paese lontano dove gli uomini, quando dormono, sognano.
È un viaggio lungo un istante, in cui gli sbagli si cancellano, le distanze si annullano ed il tempo corre veloce verso quello che sarà.

Franco sogna, seduto alla pensilina del tram.
Aspetta che un’altra carrozza venga a prenderlo per accompagnarlo in Corso Spezia n.60.
Lì c’è il futuro che lo aspetta: si chiama Giacomo, ha due giorni e porta il suo cognome.

Torino, Febbraio 2020

Le quattro stagioni

L’estate è leggerezza.
L’allegria dipinta sui visi dei passanti ed il mare di sera.
L’autunno è una tavolozza di colori.
Sfumati, profumi.
Il tepore estivo inizia a lasciare il posto al freddo.
E al vento, che si insinua sotto i cappotti e fa cantare le persiane.
Tè caldo e cartocci di castagne,
il rumore della pioggia.
La primavera è una nascita.
I prati si riempiono di fiori e i parchi di bambini.
E poi l’inverno e il suo Natale.
Che “costringe” le persone a restare a casa, riscoprendo il valore di una semplice chiacchierata.
Neve candida, che avvolge la terra, conservando la vita che fiorirà poco dopo.

Torino, Febbraio 2020

Il ladro di momenti

Quell’uomo era un ladro, rubava momenti,
Cercava tramonti, aspettava stelle cadenti.
Trafugava ogni cosa gli passasse davanti,
purché emozionante s’intende,
“Preziosa”, direbbe.
Gli piaceva rubare gli sguardi alla gente.
Coglierli di sorpresa, distratti, con gli indumenti di sempre: tra loro c’erano anziani seduti sulle panche, giocatori di biglie, venditori ambulanti.
Innamorati a passeggio sulla riva del fiume, un pittore bizzarro, un calzolaio e un professore.
Raccoglieva oggetti che nessuno vedeva, fiori nascosti, sorrisi, le rondini a sera.
Perfino le voci sapeva afferrare,
le prendeva e, d’incanto, il silenzio iniziava a parlare.
Un giorno gli dissero: “tu lì non puoi andare”.
Ma lì c’era il mare e non riuscì a non entrare.
Portò via le onde, la sabbia e tutti i coralli. Pesci variopinti, piante di ogni specie e le piccole barche di due naviganti.
Conservava il tesoro in una camera oscura.
Lo sviluppava ogni sera e lo distribuiva con cura.
Aveva un cuore nobile il ladro, non è un ossimoro, giuro.
Fotografava ogni giorno il mondo con animo puro.

Gerusalemme, Gennaio 2020

L’attesa

Io penso che la magia sia nell’attesa.
Vedere la città vestirsi di luci, colori.
Arancia e cannella.
Profumi di biscotti allo zenzero,
che scappano dalle finestre delle case e si fermano davanti alle porte delle narici.
Il viso dei bambini, immobili incantati, di fronte alle vetrine dei negozi di giocattoli.
Le sfumature del legno e la melodia delle zampogne.
La sensazione che si prova al mattino, dopo aver scoperto che la notte ha nevicato.
Il freddo, nemico-amico, che unisce le persone in un abbraccio di guanti.

Torino, Dicembre 2019

Hotel 5 stelle

Eccoli, Marco e Michele.
Marco ha 42 anni ed è un buon padre.
Michele ha 4 anni e capisce tutto.
Marco aveva un’impresa di pulizie, ma ora non ce l’ha più.
Michele aveva una mamma di nome Sara, ma adesso non ce l’ha più.

Dormono in albergo, tutte le sere.
Dopo una ricerca lunga una giornata, scelgono il più bello: “perlomeno a cinque stelle”, ripete sempre Marco, anche nelle più nuvolose notti d’inverno.
Per il suo Michele desidera il meglio.
Riparato, lontano dal traffico, con angolo bagno e una vista privilegiata su quel manto blu che li avvolge.

Si addormentano abbracciati, inventando un nome da dare alle macchine e fantasticando sulla destinazione di domani.

Michele, da grande, vorrebbe fare l’esploratore.
Marco, da grande, è diventato il suo eroe.

Torino, Ottobre 2019

Sicilia Bedda

Sicilia, terra di profumi e di leggende.
Di vicoli, in cui echeggiano racconti di giganti gelosi, amori ostacolati e di una ninfa del mare.
Del giovane Aci, che la clemenza divina ha trasformato in fiume, consentendogli di sfociare proprio là dove, ogni volta, avrebbe riabbracciato la sua amata Galatea.

Qui le pietre cantano storie di antichi eroi ed il sole si specchia nelle facciate delle chiese.
Grandi pale di fichi, appesantite dal loro carico di frutti, si affacciano ai bordi delle strade. Una contraddizione: dolci e colorati, avvolti da un manto di spine.

Terra di artigiani e di sapori.
Valori di tempi lontani.

Di tradizioni e di teatro, recitato dalla gente nelle strade e tra i tavoli delle osterie.

Terra di fiori e di balconi, che costringono lo sguardo a rivolgersi sempre verso l’alto.

Sicilia, Settembre 2019

In volo

Dall’alto l’aria sembra mare e le nuvole scogli.
I laghi si trasformano in isole e le strade diventano ricami su un tappeto di terre.
La testa confonde gli elementi,
miscela il loro significato.
Il volo ribalta la realtà in fantasia
e l’improbabile in certo.
Come per quella coppia di ragazzi dietro di me, che il caso ha fatto sedere l’uno accanto all’altra.
Nello spazio di un’ora e quaranta si innamorano, tramutando un viaggio qualsiasi in un incontro di vite.

Cielo tra Catania e Torino, Settembre 2019

Nevruz Day

È il 21 marzo.

Sembra una mattina tiepida ed il cielo è di un blu terso, non ci sono nuvole.

Kabul si è svegliata presto al suono delle sue “voci”.

Sono i Muezzin, che chiamano a raccolta i fedeli per la preghiera del mattino,

quando dalle finestre delle case già si sente arrivare il profumo del Nun appena sfornato.

Yusuf entra nella città come ogni giorno, a dorso del suo mulo,

trasportando un carico pieno di colori:

niente datteri o spezie, oggi solo palloncini.

Nelle strade infatti si festeggia il Nevruz, il primo giorno di primavera.

La guerra ha trasformato questi luoghi, ma non le persone.

I bambini corrono inseguiti dai loro aquiloni.

Un vecchio cantastorie, seduto sotto il portico,

racconta la leggenda di re Zamr Gabrè ad una folla di curiosi.

Coppie di ragazzi aspettano l’inizio delle danze popolari tenendosi per mano.

L’allegria ha cancellato il ricordo della notte.

Non si sentono più grida, né spari.

A Kabul è comparso l’arcobaleno.

 

Torino, Giugno 2019

Nevruz day

(Photo by Omar Sobhani/Reuters)

 

Anna

Io seguo il ritmo.
Quando sento la musica, ballo.
Le note irrompono nella mia testa e da lì si diffondono in ogni angolo del corpo con un’esplosione di movimento.
I tendini si allungano, vibrano i muscoli e io ballo.
Da sola, per strada, coreografa di me stessa.
Ballo come se nessuno mi stesse guardando.
Mi chiamano Pazza, osservandomi curiosi e divertiti come se assistessero alle evoluzioni di un buffo burattino.
Non capiscono.
La danza è la mia vita.
Racconto questa storia con un alfabeto di passi.
Sono le sole parole che so dire.
Diversa e bella, o pazza, non importa.
Io ballo.

Torino, Febbraio 2019

Città nella città

La stazione è un luogo magico, città nella città.
Storie che si intrecciano, vite che si muovono sfiorandosi appena.
Gente che va, valigie piene di sogni, borse di malinconia e promesse di ritorno.
Gente che resta, visi rigati di lacrime e voci interrotte dal vetro del finestrino.
Gente che corre e che non guarda.
Gente che cammina, lentamente.
Sono in anticipo.
Loro soltanto hanno il tempo di godersi gli squarci di cielo tra un binario e l’altro.
E poi c’è il treno, che parte e arriva sempre piano piano.
Consente alle persone di godersi ancora quell’attimo eterno in cui si riesce a dire sempre la cosa giusta. Anche un semplice “ti voglio bene”.

Torino, Gennaio 2019

Costruttori di fuochi

Erano un popolo di marinai e costruttori di fuochi.

Alleati del freddo incessante portato dalle onde del Nord.

Poeti, custodi di antiche storie trasmesse da bocca ad orecchio, da nonno a nipote.

Abitavano case di pietra e paglia sparse su verdi prati, interrotti soltanto da piccoli arbusti.

Silenziosi, aspettavano che il vento amico, domatore di vele e correnti, riaccompagnasse le loro barche alla riva.

Indimenticati e lontani.

Popolo di sognatori.

Torino, Luglio 2018

Vedetta

Scruta vedetta
Dall’alto l’arrivo
Dell’onda maestosa,
Dell’oro marino.

Sorveglia nascosta
Dal tetto protetta
Che il freddo si sposti
E la quiete riprenda.

Vestita di piuma,
Con becco scarlatto
Raccoglie il tesoro
Là in fondo là in fondo.

Lo porta poi in cima
Sulla punta del faro
Con l’aiuto del vento
È arrivata lontano.

Lì allegri la aspettano
I suoi piccolini,
Che cantano insieme
Come tanti bambini.

Non parla vedetta,
Ma amore lei prova
Ora a cercare ritorna
dov’era finora.

Torino, Luglio 2018

(Illustrazione: Tatiana Sprecacenere)

Il Re di Porta Pila

Maurizio è arrivato a Torino con una valigia piena di niente.
Capelli ricci scuri, barba incolta un po’ arruffata e l’accento di chi ha dovuto percorrere molta strada prima di raggiungere l’ombra della Mole Antonelliana.
Vive a Porta Palazzo e quotidianamente si dirige al Balón spingendo un carretto pieno di vecchie bambole, si guadagna da vivere così. Qui tutti lo conoscono come Maciste, l’uomo più forte, il “Re di Porta Pila”.
Ogni domenica mattina si esibisce davanti ad un pubblico di passanti, nel piazzale del mercato rionale trasformato per l’occasione in un grande palcoscenico.
Solleva una pietra come se fosse una piuma, strappando un sorriso dalle labbra dei bambini e qualche moneta dalle tasche dai più grandi.
Maurizio non ha nulla, ma è libero. La gente lo apprezza e risponde con gentilezza ad ogni suo saluto.
È andato via un giorno senza nome lasciando un buon ricordo e quel carretto pieno di giocattoli.
Fai buon viaggio gigante, troverai anche lì qualcuno ad applaudirti.

Torino, Luglio 2018

Fermata Stazione Termini

Roma, Stazione Termini, ore 20.07 di una caldissima giornata d’estate.
La fermata dei taxi è un mondo che si muove ed i pochi attimi di pausa tra una corsa e la successiva sono dei piccoli quadri..uno spaccato dell’Italia colorata che mi piace raccontare. Gente semplice, gente genuina, gente “de no altri”.
Il primo è Spaccone – “Spaccó”, per gli amici- andatura robotica, sguardo sicuro ed una maglietta con scritte dalle parole impronunciabili. Lo sento sfoggiare un inglese very fluent con un ragazzo giapponese che chiedeva indicazioni per raggiungere l’albergo ( spero sia riuscito ad arrivare alla sua destinazione).
Poi abbiamo “Calciató”, brevilineo e gambe storte..una vita trascorsa sulla fascia destra dei campetti in terra di San Basilio ed una parentesi gloriosa nelle giovanili della Roma.
Infine c’è “Tagliatella”, affezionato cliente delle trattorie di Trastevere. Descrive con minuzia di particolari la preparazione della carbonara (“n’do ce vole er guanciale”) ed accoglie con un sorriso i clienti in arrivo.
Stazione termini, ore 20.35: è tardi, per me è arrivato il momento di andare. Arrivederci Roma, alla prossima fermata.

Roma, 6 Luglio 2018

Romeo e Giulietta

Buongiorno Giulietta,

Mi chiamo Romeo, ho un giorno e dormo nella piccola culla affianco alla tua, nel reparto neo natale dell’ospedale di Teramo.

Siamo nati lo stesso 21 marzo 2017, da due mamme diverse, con 17 ore di distanza.

Ci hanno messo vicini ed ora ti sto guardando.

Sei meravigliosa in quella tutina rosa e con quella fascetta a fiori che ti incornicia il viso.

Ieri sera ho sentito il mio papà dire che gli ricordiamo la storia scritta da un signore più anziano del nonno, che parla di due bambini come noi, vissuti in una città di cui non ho ascoltato bene il nome. Papà diceva che si volevano molto bene.

Anch’io te ne voglio, sei la cosa più bella che i miei occhi riescano a vedere.

Vorrei tenerti la mano, ma non ci arrivo.

Mi piacerebbe darti un bacio, ma ancora non so come si fa.

Tra qualche giorno le nostre famiglie ci divideranno. Ci allontaneranno incoscienti del dolore che ci stanno dando e inizieremo quel cammino che i grandi chiamano vita.

Io non ti dimenticherò mia dolce Giulietta.

So che sono bastati questi pochi attimi a renderci inseparabili.

Avrò la pazienza di aspettare.

Imparerò a parlare, a ridere e a camminare. Imparerò a scrivere, perché desidero trasformare questi miei pensieri in una lettera per te.

Quando sarò diventato anche capace di cercarti…verrò da te.

Abbiamo una storia da leggere ed una vita da vivere.

Allora e solo allora potremo dare inizio ad una nuova favola: quella di Romeo e della sua Giulietta.

Romeo e giulietta

Torino, Marzo 2017

Capolavoro è

Capolavoro è tornare a casa e trovarvi.

Salire le scale, aprire la porta e abbracciarvi.

Sentirvi ridere, vivere insieme gocce di quotidianità.

Stropicciare insieme le lenzuola, saltare nelle pozzanghere

cantare a squarciagola.

Capolavoro è svegliarsi per fare una crostata,

prendervi per mano

portarvi a fare un picnic al parco la domenica mattina.

Con il naso all’insù, guardare le nuvole rincorrersi,

fantasticare sulla loro forma.

Osservare le rondini giocare a nascondino.

Alla sera distenderci per terra su un soffice tappeto, inventare giochi.

Raccontarvi storie, imparare a leggere nell’espressione dei vostri occhi.

Ripetervi in continuazione che non ci lasceremo mai.

Guardarvi crescere, cambiare, perfino invecchiare.

Capolavoro è la sensazione che proverò quando vi saprò realizzati.

Con la consapevolezza di aver mantenuto la mia promessa.

Torino, Marzo 2017

Il lettore di Corso Vinzaglio

Il lettore siede sempre lì, al solito posto sotto i portici di corso Vinzaglio.

Una folta barba color della neve gli avvolge il viso e lo protegge dal freddo.

Indossa un paio di eleganti scarpe trasparenti ed un vestito nero, da sera.

Siede su un tappeto di cartone, di fianco ad uno scrigno a forma di carrello.

Assorto, legge.

Il lettore legge interessato, sempre lo stesso libro sorretto al contrario.

Di tanto in tanto ripete alcuni passi ad alta voce, a memoria.

Forse in quelle pagine è nascosto il segreto della sua vita

Magari raccontano di un’antica felicità e di un amore perduto,

Di un progetto lavorativo a fatica realizzato, e di un sogno infranto.

Lo chiamano Invisibile eppure io lo vedo.

Una sera, un piccolo biglietto si è adagiato sul palmo della sua mano

Era candido come la sua barba e c’era scritto: “capovolgi il tuo libro”.

Il giorno seguente non l’ho più visto e neppure il successivo.

Mi piace immaginare che si sia accorto che, rileggendo il libro nel giusto verso,

Per la prima volta sarebbe potuto ripartire dall’inizio anziché dalla fine.

Torino, Febbraio 2017

(Illustrazione: Tatiana Sprecacenere)

Dottor Fantasia

Il Dottor Fantasia riceve in Viale della meraviglia 72.

I suoi pazienti arrivano a centinaia da ogni angolo della città,

Molti di loro hanno qualcosa di rotto o non sanno dove andare.

Altri sono semplicemente anziani, impolverati e sono stati dimenticati.

Per visitarli, con delicatezza li smonta.

Esegue trapianti di luci, inserisce batterie e sostituisce leve.

Prescrive iniezioni a base di olio, per i casi più macchinosi.

Con pazienza ricuce i circuiti come fossero arterie.

Usa fantasia e tecnica per guarirli, facendoli tornare “come nuovi”.

Lo chiamano Dottor Fantasia,

ma sull’insegna del suo negozio c’è scritto “Giocattolaio”.

Dimenticavo,

Il Dottore è capace perfino a riparare sogni e trasformarli in speranza.

Lo sanno bene i bambini del reparto di Viale della meraviglia 72.

Per loro, trenino – bambola – trottola…sono solo sinonimo di Sorriso.

Torino, Febbraio 2017

(Illustrazione: Tatiana Sprecacenere)