Hotel 5 stelle

Eccoli, Marco e Michele.
Marco ha 42 anni ed è un buon padre.
Michele ha 4 anni e capisce tutto.
Marco aveva un’impresa di pulizie, ma ora non ce l’ha più.
Michele aveva una mamma di nome Sara, ma adesso non ce l’ha più.

Dormono in albergo, tutte le sere.
Dopo una ricerca lunga una giornata, scelgono il più bello: “perlomeno a cinque stelle”, ripete sempre Marco, anche nelle più nuvolose notti d’inverno.
Per il suo Michele desidera il meglio.
Riparato, lontano dal traffico, con angolo bagno e una vista privilegiata su quel manto blu che li avvolge.

Si addormentano abbracciati, inventando un nome da dare alle macchine e fantasticando sulla destinazione di domani.

Michele, da grande, vorrebbe fare l’esploratore.
Marco, da grande, è diventato il suo eroe.

Torino, Ottobre 2019

Sicilia Bedda

Sicilia, terra di profumi e di leggende.
Di vicoli, in cui echeggiano racconti di giganti gelosi, amori ostacolati e di una ninfa del mare.
Del giovane Aci, che la clemenza divina ha trasformato in fiume, consentendogli di sfociare proprio là dove, ogni volta, avrebbe riabbracciato la sua amata Galatea.

Qui le pietre cantano storie di antichi eroi ed il sole si specchia nelle facciate delle chiese.
Grandi pale di fichi, appesantite dal loro carico di frutti, si affacciano ai bordi delle strade. Una contraddizione: dolci e colorati, avvolti da un manto di spine.

Terra di artigiani e di sapori.
Valori di tempi lontani.

Di tradizioni e di teatro, recitato dalla gente nelle strade e tra i tavoli delle osterie.

Terra di fiori e di balconi, che costringono lo sguardo a rivolgersi sempre verso l’alto.

Sicilia, Settembre 2019

In volo

Dall’alto l’aria sembra mare e le nuvole scogli.
I laghi si trasformano in isole e le strade diventano ricami su un tappeto di terre.
La testa confonde gli elementi,
miscela il loro significato.
Il volo ribalta la realtà in fantasia
e l’improbabile in certo.
Come per quella coppia di ragazzi dietro di me, che il caso ha fatto sedere l’uno accanto all’altra.
Nello spazio di un’ora e quaranta si innamorano, tramutando un viaggio qualsiasi in un incontro di vite.

Cielo tra Catania e Torino, Settembre 2019

Nevruz Day

È il 21 marzo.

Sembra una mattina tiepida ed il cielo è di un blu terso, non ci sono nuvole.

Kabul si è svegliata presto al suono delle sue “voci”.

Sono i Muezzin, che chiamano a raccolta i fedeli per la preghiera del mattino,

quando dalle finestre delle case già si sente arrivare il profumo del Nun appena sfornato.

Yusuf entra nella città come ogni giorno, a dorso del suo mulo,

trasportando un carico pieno di colori:

niente datteri o spezie, oggi solo palloncini.

Nelle strade infatti si festeggia il Nevruz, il primo giorno di primavera.

La guerra ha trasformato questi luoghi, ma non le persone.

I bambini corrono inseguiti dai loro aquiloni.

Un vecchio cantastorie, seduto sotto il portico,

racconta la leggenda di re Zamr Gabrè ad una folla di curiosi.

Coppie di ragazzi aspettano l’inizio delle danze popolari tenendosi per mano.

L’allegria ha cancellato il ricordo della notte.

Non si sentono più grida, né spari.

A Kabul è comparso l’arcobaleno.

 

Torino, Giugno 2019

Nevruz day

(Photo by Omar Sobhani/Reuters)

 

Anna

Io seguo il ritmo.
Quando sento la musica, ballo.
Le note irrompono nella mia testa e da lì si diffondono in ogni angolo del corpo con un’esplosione di movimento.
I tendini si allungano, vibrano i muscoli e io ballo.
Da sola, per strada, coreografa di me stessa.
Ballo come se nessuno mi stesse guardando.
Mi chiamano Pazza, osservandomi curiosi e divertiti come se assistessero alle evoluzioni di un buffo burattino.
Non capiscono.
La danza è la mia vita.
Racconto questa storia con un alfabeto di passi.
Sono le sole parole che so dire.
Diversa e bella, o pazza, non importa.
Io ballo.

Torino, Febbraio 2019

Città nella città

La stazione è un luogo magico, città nella città.
Storie che si intrecciano, vite che si muovono sfiorandosi appena.
Gente che va, valigie piene di sogni, borse di malinconia e promesse di ritorno.
Gente che resta, visi rigati di lacrime e voci interrotte dal vetro del finestrino.
Gente che corre e che non guarda.
Gente che cammina, lentamente.
Sono in anticipo.
Loro soltanto hanno il tempo di godersi gli squarci di cielo tra un binario e l’altro.
E poi c’è il treno, che parte e arriva sempre piano piano.
Consente alle persone di godersi ancora quell’attimo eterno in cui si riesce a dire sempre la cosa giusta. Anche un semplice “ti voglio bene”.

Torino, Gennaio 2019